
La rivoluzione del Brandy Italiano da blend di vini rossi
Dall’alchimia del Cinquecento alla rivoluzione dei grandi vini rossi: come l’arte della distillazione riscopre la nobiltà delle materie prime e la ricchezza dei legni
Per secoli, il mondo dei grandi distillati di vino è stato dominato da un paradigma apparentemente intoccabile, codificato principalmente dalla scuola d’Oltralpe. Il dogma voleva che per ottenere un’acquavite d’eccellenza occorresse partire da uve a bacca bianca, dotate di un’elevata acidità e di un profilo aromatico neutro: una tela bianca su cui far agire esclusivamente l’alambicco e la successiva cessione del legno.
Ma la storia della distillazione nasconde una verità diversa. Una verità che la maestria italiana ha oggi il coraggio di superare.
Per comprendere da dove nasca il mito del distillato da vino bianco, occorre tornare indietro al XVI secolo nelle regioni della Charente e dell’Armagnac.
Con lo sviluppo dei trasporti marittimi e l’arrivo nei mercati di vini di maggiore qualità e corpo — sia bianchi che rossi — i vini bianchi locali (spigolosi, magri e fortemente acidi) rimasero invenduti nelle cantine. Per recuperare quel prodotto altrimenti destinato ad andare a male, i mercanti olandesi e i vignaioli locali iniziarono a distillare il vino rimasto nei tini per conservarlo e trasportarlo via mare, dando vita al brandewijn (da cui il termine moderno Brandy).
Fu qui che entrò in gioco lo straordinario genio commerciale e comunicativo transalpino: anziché ammettere che la distillazione nasceva dall’esigenza di recuperare un vino povero e imbevibile come vino da tavola, la Francia costruì un racconto leggendario: affermò che proprio
quell’acidità spinta e quella povertà alcolica fossero il segreto indispensabile per creare la base perfetta per il Cognac e l’Armagnac.
Allo stesso modo, la capacità promozionale francese ha consacrato la propria quercia di bosco (Limousin e Tronçais) come l’unico legno elettivo al mondo per l’invecchiamento, mentre in realtà esistono legni nobili (dall’ossatura del rovere al ciliegio e al mandorlo) capaci di creare armonie aromatiche persino più ricche e sartoriali; in questo modo ha trasformato una risorsa forestale interna in uno standard di lusso globale. Infatti quando le navi smisero di essere fatte in legno, le querce trovarono destinazione nelle tonnelerie, come legno abbondante e a disposizione per realizzare le botti.
L’arte italiana non si accontenta di ereditare le soluzioni nate per ovviare alle esigenze del passato: le riscrive attraverso la qualità e la sartorialità del presente.
La rivoluzione del Brandy Italiano IG passa oggi attraverso una scelta d’avanguardia audace, complessa e per certi versi controtendenza: la distillazione da blend di vini rossi strutturati di altissimo pregio.
Laddove la tradizione storica nasceva dal recupero di vini bianchi acidi di scarto, distillerie italiane, come la Distilleria NUMA, hanno avuto il coraggio di compiere un gesto di pura architettura enologica. Hanno scelto di destinare all’alambicco vini rossi di grande struttura, profumi e carica polifenolica — vini di propria produzione, che sarebbe stato immensamente più rapido e remunerativo vendere direttamente sul mercato come grandi bottiglie da pasto.
Mentre il processo tradizionale sfrutta basi enologiche “tecniche”, concepite quasi solo per essere distillate, l’impiego dei grandi vini rossi italiani ribalta completamente la prospettiva. Si parte da una materia prima che possiede già una sua maestosa identità organolettica, frutto del sole, del territorio e di fermentazioni complesse.
Distillare un grande vino rosso richiede un’arte alchemica e una precisione maniacale nell’alambicco: la struttura presente nei vini rossi rappresenta un elemento di eccezionale ricchezza ma anche di estrema delicatezza.
Durante la distillazione a vapore, occorre un controllo millimetrico delle temperature per estrarre la frazione più nobile e vellutata degli aromi, evitando qualsiasi nota amara o surriscaldata.
Mentre il distillato da uva bianca regala note primarie di agrume o fiori bianchi, il blend di vini rossi dona al vapore distillato un corredo di frutti a bacca nera, prugna matura, ciliegia sotto spirito e una trama speziata profonda e seducente.
Quando un distillato nato da vini rossi entra nelle botti per il suo lungo sonno di affinamento, si innesca una sinergia aromatica irripetibile: il contatto con i legni nobili — dal rovere alle essenze territoriali come il ciliegio e il mandorlo — non serve solo a “vestire” lo spirito di vaniglia e tannini del legno, ma crea un vero e proprio matrimonio d’allevamento. Il tannino naturale del vino rosso, trasformato dal calore dell’alambicco, si fonde con la lignina del legno. Il risultato è un brandy dalla trama vellutata, di una morbidezza quasi tattile al palato, capace di mostrare riflessi ambrati cupi e una profondità cromatica che anticipa la ricchezza del sorso.
Se il Cognac rimane il simbolo della continuità e della rigida aderenza a un disciplinare identico a sé stesso da generazioni, il Brandy Italiano da blend di vini rossi si propone come la risposta sartoriale della cultura dell’élite dei distillati italiani. È l’espressione di un saper fare che attinge alla sconfinata ricchezza viticola del nostro Paese per creare un’opera unica, irripetibile e profondamente legata alla nostra identità.
Non più un semplice distillato di vino, ma l’essenza stessa della vigna italiana portata alla sua massima elevazione spirituale. Un sorso meditativo, complesso e tridimensionale, destinato a chi non cerca semplicemente un distillato, ma una storia di coraggio, tecnica e bellezza.
Mario Pusceddu – Distilleria NUMA