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0.Giornale Distillatori

Ma ci vorranno mesi per la sentenza

Sono cominciate il 5 novembre le udienze della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla legittimità dei dazi imposti dal presidente

Donald Trump, che stanno facendo soffrire le importazioni americane (comprese quelle di spiriti dall’Europa). I tempi per l’emanazione della sentenza non sono prevedibili (si parla di diversi mesi); ma l’aria che tira, a giudicare dall’avvio del dibattimento, non sembra favorevole alla conferma dei dazi, nonostante il drammatico appello lanciato ai giudici dallo stesso Trump secondo il quale mantenere i dazi da lui arbitrariamente imposti è “letteralmente una questione e di vita o di morte” per gli Stati Uniti, che altrimenti resterebbero “inermi contro paesi che ci hanno nuociuto” (la pacatezza dei toni e l’understatement non appartengono allo stile oratorio del presidente Trump, il quale ha già motivato i dazi contro l’Europa con l’argomento che l’Unione Europea nacque per “fottere” – sic! – gli Stati Uniti).
Non è un caso il fatto che fra i primi soggetti che hanno impugnato l’imposizione dei dazi è stata un’associazione di importatori americani di vini, dopo l’annuncio del “Liberation Day” dello scorso aprile.
 
Come spiegavamo sul numero scorso di questo Giornale, la causa è arrivata alla Corte Suprema dopo le sentenze emesse da tribunali di grado inferiore (tre dei quali federali) secondo cui il presidente non è legittimato ad imporre dazi a suo arbitrio richiamandosi all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge emanata mezzo secolo fa cui nessun presidente si era mai appellato per questioni tariffarie.
Nel dibattimento della prima udienza alla Corte Suprema è emerso chiaramente un atteggiamento della maggioranza dei giudici (anche di quelli politicamente vicini al Partito Repubblicano del presidente Trump) tutt’altro che propenso ad accettare la tesi della necessità dei dazi per esigenze di difesa nazionale. Al contrario, gli argomenti addotti dal procuratore generale John Sauer a nome dell’amministrazione sulla giustificazione legale dei dazi sono stati confutati nell’interrogatorio dei giudici, secondo i quali i dazi hanno in realtà fruttato al governo l’incasso di parecchi miliardi di dollari a spese dei consumatori dei beni importati, ed hanno di fatto avuto la funzione di una tassa intesa a generare entrate all’erario: ma l’imposizione di tasse per generare entrate è uno dei poteri riservati al Congresso, che il presidente avrebbe pertanto usurpato.
 
Negli ultimi mesi, peraltro, Trump era andato a infliggere dazi anche pesantissimi, punitivi, contro diversi paesi con motivazioni parecchio diversificate: come quelli alla Cina perché da quel paese arrivano negli Stati Uniti perniciosi quantitativi della droga fentanyl, oppure al Brasile a causa del processo a carico dell’ex presidente Bolsonaro che aveva tentato un colpo di stato dopo la sconfitta alla rielezione.
L’amministrazione Trump ha già ammonito i giudici che una eventuale sentenza di delegittimazione dei dazi del presidente avrebbe come conseguenza il pagamento di risarcimenti per oltre 100 miliardi di dollari agli importatori; ma è difficile che la Corte Suprema possa essere sensibile a questo argomento.
Al contrario, l’eventuale vittoria di Trump rischierebbe di creare un precedente pericoloso, perché riconoscerebbe ai presidenti il potere di adottare misure estreme giustificandole con un’emergenza da loro stessi dichiarata.
 
Da registrare anche l’Ordine esecutivo presidenziale emanato il 5 settembre scorso, che conferisce una nuova autorità al Dipartimento del Commercio e all’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, consentendo loro di concedere esenzioni dai dazi autonomamente senza che il presidente debba emettere nuovi ordini esecutivi per approvarle.