Il Pranzo
Comunque sia, il Natale arriva e come una valanga coinvolge tutti, anche chi cerca di stare in disparte e cerca di non condividere la ricorrenza. Le strade sfoggiano luminarie di vario tipo, i negozi di ogni genere straripano di merce: tutti abbiamo un pacco dono da portare a qualcuno.
La mistica nascita del nostro Redentore non fa più riempire le chiese di devoti in preghiera, ma offre il vantaggio di lievi e positivi sussulti all’economia.
E il cenone della Vigilia o il Pranzo di Natale sono campi di battaglia per le famiglie: quest’anno vengono da me, oppure no perché vanno dai genitori di lui… Intanto al menù bisogna pensarci e in tempo, altrimenti non si trova più il meglio.

I Natali , vissuti proprio come prove del fuoco, ricordo quelli passati a Mantova dai miei suoceri. Gli approvvigionamenti seguivano un calendario preciso: a Viadana si comperava la gallina, a Marmirolo il grana, fino a Castellucchio per le uova (in tempo di guerra erano sfollati in quel paese e quindi ancora lo ricordavano come una campagna dove non mancavano le galline ovaiole); a Sant’Antonio, appena fuori città, si ritirava il filetto di maiale e la testina per il piatto dei bolliti.- Muscolo, biancostato, scamone, -- che completavano i lessi, da un macellaio vicino casa e forse lì prendevamo anche la carne per gli arrosti: piccione di vitello, mezza faraona. C’era tutto a casa e allora si poteva cominciare a preparare i tortellini e qui cominciava la tragicommedia. La spianatoia sulla tavola, uova, farina, sale, la macchinetta per tirare bene la sfoglia in strisce rettangolari e continuamente mia suocera veniva rimproverata dal marito perché la sfoglia aveva delle imperfezioni..le strisce venivano stese sulla spianatoia e di mano in mano e con una stecca centimetrata venivano segnati dei quadratini su cui veniva deposta una certa e precisa quantità di ripieno.. Si fa in fretta dire ripieno, ma si cominciava alle sei del mattino con il battuto del filetto di maiale appena rosolato nel burro, la mortadella a pezzettini invisibili, il parmigiano, la noce moscata, e poi la chiusura del quadratino di sfoglia, compito affidato a mia cognata e poi tutti uguali, con la punta svettante venivano spostati su i vassoi e posti sopra gli armadi: la produzione era di misura industriale.
Il mattino di Natale, in cucina e per tutta la casa, l’odore della carne che bolliva dentro ad una grossa pentola dove erano stati messi gli odori: cipolla, sedano, carota, chiodi di garofano, grani di pepe nero, sale.
Prima i pezzi di manzo poi il vitello ed infine la gallina tagliata in due parti; ad un certo punto una parte finiva a cuocere insieme alla carne arrosto che mia suocera cuoceva a fuoco lento, non nel forno, con il rosmarino. In una pentola a parte bolliva il cotechino e poi veniva aggiunta anche la testina.
Bisognava controllare la salsa del kren, e il rafano era stato comperato ancora nell’autunno : grattugiato con le lacrime del nonno, ma quello era compito suo, e unito a pane grattato e olio e poi c’era la mostarda che poteva sempre presentare delle incognite. Non so come , ma mia suocera riusciva anche a preparare i ravioli di zucca, con amaretti, mostarda, parmigiano: era forse un ricordo della sua Romagna.
Seduti a tavola, un momento di suspense fino a che il nonno assaggiava i tortellini nel bel brodo dai mille profumi: sì, erano buoni. La nonna finalmente si rilassava e sorrideva: la prova era stata superata.
Sono passati gli anni e quando cerco di porre in tavola dei tortellini in brodo, i miei figli immediatamente dicono” ma non sono quelli della nonna”.
Vilma Nazzi