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Esplode la bomba del debito americano e globale

Articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi


Le vicende finanziarie dovrebbero essere valutate per quello che sottendono, a volte
situazioni negative. Attualmente sono gli Usa che preoccupano perché dal giugno 2023
ogni cento giorni il debito pubblico aumenta di ben mille miliardi di dollari. I dati sono
eloquenti. Anzitutto va rimarcato che in dieci anni, dal 2014 a oggi, il debito americano è
raddoppiato, passando da 17.000 miliardi all’attuale cifra di 34.500 miliardi.Molti ritengono
che il modello “mille miliardi ogni 100 giorni” continuerà in futuro.

Il Congressional Budget Office, l’organismo indipendente che produce analisi economiche
per il Congresso, stima che il deficit di bilancio annuale passerà da 1.600 miliardi di
quest’anno a 2.600 miliardi del 2034. In altre parole, nel prossimo decennio gli Stati Uniti
aggiungeranno quasi 19.000 miliardi di dollari all’attuale debito pubblico fino a un totale di
54.000 miliardi.

Nello stesso decennio soltanto per gli interessi gli Usa spenderanno più di 12.400 miliardi.
Perciò si stima che la quota per il pagamento degli interessi sul debito potrebbe superare
le altre voci di bilancio, comprese le spese per la difesa. Si tenga presente che le
proiezioni sono fatte stimando che il tasso d’interesse dovrebbe scendere sotto il 3%
dall’attuale 5,5%.

Questa è la realtà nascosta, volutamente ignorata per dar spazio soltanto all’esaltazione
dei dati positivi relativi alle aspettative dell’aumento del pil e dell’occupazione.
L’Institute of international finance, l’associazione delle maggiori istituzioni finanziarie del
pianeta con sede a Washington, afferma che nel 2023 la “bolla globale” del debito, quello
pubblico, delle imprese e delle famiglie, con l’eccezione dei derivati finanziari, sarebbe
aumentata di circa 15.000 miliardi di dollari portando il debito globale al livello di 310.000
miliardi! Un decennio fa era di 210.000 miliardi. Si tratta di un pericoloso trend mondiale.
Non si tratta di un malessere ma di una febbre da cavallo le cui cause risiedono in decenni
di politiche finanziarie errate. Gli effetti si manifestano di volta in volta in modi differenti o in
settori diversi ma sono sempre il frutto avvelenato di una finanza speculativa che inquina
tutti i settori dell’economia. Lo abbiamo visto nella grande crisi del 2008-9, mai affrontata
veramente, nelle bancarotte bancarie, nella liquidità a “go go” dei quantitative easing, nelle
politiche della Federal Reserve del tasso di interesse zero prima e dell’impennata dei tassi
poi per rincorrere l‘inflazione.

In questo quadro è stupefacente osservare che, mentre il debito e la liquidità crescono,
hanno raggiunto i massimi storici anche l’oro, il bitcoin e Wall Street. L’oro ha superato i
2.000 dollari l’oncia, il bitcoin, la criptovaluta più conosciuta, è ritornato a valori
impensabili, appena sotto i 70.000 dollari, con un aumento del 200% in 12 mesi, e S&P
500, il più importante indice azionario della borsa di Wall Street, ha sfondato ampiamente
il punto massimo storico di 5.000 punti. Ovunque si guardi, i mercati azionari stanno
battendo i record: l’indice europeo azionario STOXX 600 ha stabilito il proprio record
intorno ai 500 punti e il Nikkei 225 giapponese ha superato il suo migliore valore
precedente, fissato nel 1989.

Questa euforia è provocata in particolare dall’effervescenza dei titoli legati alle imprese
dell’intelligenza artificiale. Per esempio, il produttore di chip AI Nvidia ha registrato
l’incredibile crescita dei ricavi del 265% nel quarto trimestre 2024, facendo salire più del
60% il prezzo delle sue azioni da inizio anno. In verità occorre cautela perché di troppa
euforia si può morire! D’altronde è già successo negli anni novanta con la bolla dei titoli IT,
information technology, che, dopo avere drogato il mercato di Wall Street portandolo in un
paradiso artificiale, nei primi anni del 2000 un crac, noto come dot-com crash, lo fece
sprofondare nei più bassi gironi dell’inferno.

Molti negli Usa, a fronte dell’insostenibilità del debito propongono la riduzione dei deficit di
bilancio, che significa tagli alla spesa pubblica. Sarebbe un giro di vite sul welfare, sulle
spese sanitarie, sull’istruzione, sui trasporti, ecc., che andrebbe a colpire i livelli di vita
della popolazione più povera e della cosiddetta middle class già depauperata. A
Washington si stima che le entrate, che ammontano al 17,5% del Pil nel 2024,
scenderanno al 17,1% nel 2025, per poi rimanere sotto il 18% fino al 2027.

In sintesi di tutto si parla, tranne che mettere mano alla finanza dominante sfuggita ai
controlli con il rischio che possa riverberare i suoi effetti negativi in tutto il mondo. Questa
è una ragione di più per chiedere al G7 e al G20 di affrontare lo spinoso problema.

 

*già sottosegretario per l’Economia **economista