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NEI RICORDI DI VILMA NAZZI

So di certo che non era né sabato né domenica ma un giorno feriale di un’estate molto calda perché
stavamo fuori a giocare fino a tardi. Nel campo si diffonde la voce “la guerra è finita” e con la velocità e
l’inventiva dei bambini, subito cominciammo a metterci in fila per andare non si sa bene dove. Però dalle
case uscirono padelle, coperchi, mestoli e chi li aveva , portò fuori degli arnesi di legno che gracchiavano,
che mandavano suoni diversi secondo il movimento dei polsi e che si usavano in chiesa durante la
settimana santa quando non si possono suonare le campane. Formiamo una processione festosa e
cantiamo tutto quello che sapevamo dalle canzonette del Trio Lescano, alle villotte friulane, a Giovinezza
che conoscevamo per intero. Dal campo entriamo negli orti aperti e nessuno ci diceva niente , ci lasciavano
fare anche se non vedevamo i grandi unirsi a noi. Calò in fretta la sera e con il rientro dei padri a casa la
nostra festa finì e in casa non ci fu nessun commento. Del resto allora c’era poco dialogo tra genitori e figli e
c’era uno stacco tra la vita, i discorsi dei grandi e dei bambini. Si ascoltava quello che si poteva e non si
chiedeva.

Eravamo ancora a tavola per la cena quando arrivò il figlio di un amico di mio padre: un
giovanotto alto con i capelli, lisci, con la riga in parte: faceva l’Università a Bologna, veterinaria, sapevamo
della sua esistenza ma forse non lo avevamo mai visto. Lui e il papà andarono a parlare in salotto, stanza
freddissima, usata qualche volta d’estate. Andammo a dormire e non sapemmo più niente dell’ospite.- Di
lui , sul finire della guerra nell’inverno del ’45, sapemmo che era stato operato d’appendicite, senza
anestesia, perché non poteva andare in ospedale: da quella sera che venne da noi ,era vissuto da
partigiano in montagna . – Presto, l’indomani mattina, vediamo in strada gruppetti di due tre soldati con il
moschetto abbassato che guardavano verso gli usci delle case, spaventati, incerti nei movimenti e noi zitti ,
fermi l’uno in attesa che arrivasse l’altro ,e i soldati scomparvero dentro le case. Poi vedemmo sempre
degli uomini mai visti, uscire dalle nostre case: erano i soldati di prima con gli abiti dei nostri padri, con un
pacchetto sotto il braccio e che si avviavano con passo veloce ma sempre guardandosi intorno verso la
stazione.

Rientrata a casa , trovai un uomo che abitava nella nostra via, intento a togliere le assi di legno del
pavimento di una camera e a scavare per nascondere due fucili. C’era però un vocio , dei rumori che
venivano dalla strada e gente che entrava e usciva da casa: stava passando una camionetta dell’esercito
con dei militi che minacciando requisivano i viveri , le scatolette, le coperte che la gente, immediatamente
all’annuncio della guerra finita, aveva depredato nelle caserme. E in parte restituiva. Dopo alcuni giorni
attraverso la Posta, arrivarono i vestiti di mio padre: il soldato era ritornato a casa e anche dopo la sua
infausta avventura bellica era rimasta intatta la sua onestà. Comunque dopo quel giorno di festa, cominciò
la guerra che prima non era stata avvertita da noi bambini: i nostri padri non erano andati al fronte per vari
e validi motivi, la scuola regolarmente funzionava e così le lezioni di catechismo in parrocchia ,i giochi nel
campo erano sempre permessi, la sera venivano gli amici grandi ad incontrarsi tra loro sul nostro muretto.

Poi forse finì la nostra infanzia giocosa e imparammo ad intercettare rumori diversi : quello della
camionetta e poi del camion che portava uomini e ragazzi in prigione-le carceri erano e sono su una via
parallela alla nostra-e il rumore lento dei treni pieni di prigionieri diretti nei campi in Germania. Questi sono
altri ricordi: l‘8 settembre era stata una bellissima giornata per noi bambini.