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Articolo di Vilma Nazi

Su un giornale on–line specializzato sul mondo del vino, ho letto l’iniziativa di alcune cantine del Friuli-
Venezia Giulia che organizzano delle vendemmie didattiche, così da offrire l’esperienza della raccolta
dell’uva a mano sia a bambini che a genitori. Era il 1956, l’anno delle vacanze più lunghe della mia vita
perché finito il liceo, le lezioni all’Università avrebbero iniziato a novembre e quindi potevo ancora stare in
giro.

Sapevo che avrei scelto una facoltà umanistica ma papà sperava che scegliessi farmacia e così per
mantenere viva questa sua speranza, non mi ero ancora iscritta. Era la fine di ottobre o forse proprio i
primi di novembre e i miei amici del mare che abitavano tutti a Udine, sono venuti a prendermi con una
vecchia macchina nera che loro chiamavano la “sensibile” perché era completamente senza sospensioni e
bastava un niente perché si fermasse. Non so dove l’avessero rimediata. La giornata era splendida, estiva
anche se eravamo ai primi di novembre. Loro erano in quattro: Pico, Bastian, Michel, Giorgio ( l’unico con il
nome proprio), di ragazze solo io perché altre avevano disdegnato un passaggio su quel veicolo; erano
felicissimi che io non avessi fatto nessuna difficoltà. E così Bastian che studiava ingegneria, guidava, Pico
stava in piedi con la capote aperta e che aveva bisogno di essere sostenuta e faceva anche da guida perché
eravamo partiti senza una meta. Arriviamo a Qualso e attraversiamo il Torre e siamo in mezzo alle colline
di Nimis, nomi tristi , per la guerra partigiana e più sotto verso Attimis c’era la freccia che indicava Porzus.

Ma quasi all’improvviso dai filari escono donne con cesti pieni di uva che andavano a scaricare sul pianale di
un carro accostato sul ciglio opposto del vigneto e ci invitano ad entrare in mezzo ai filari. Bastian sistema la
“sensibile” con due grossi sassi a frenare nel caso in cui avesse avuto intenzione di muoversi ed entriamo in
un altro mondo,pieno di silenzi e di profumi. Ci troviamo con delle cesoie in mano e con un cesto ai piedi;
cominciamo a staccare i grappoli di uva nera e a deporli con cura, quasi fossero neonati, nei cesti. Anche
noi diventiamo silenziosi e impegnati, come in una missione, e ci sentiamo, così, senza nessun preavviso,
diversi ,direi buoni. Perchè mai? Era la sacralità dell’uva ,che si sarebbe trasformata in vino. Noi
lavoravamo con lena, non avendo cognizione del tempo e neppure della nostra gita. Ad un certo punto si
alza una voce che intona una villotta e via dietro tutte le altre voci e vengono fuori dai filari donne e
ragazzetti con cesti colmi di grappoli e vanno a depositare i cesti vuoti sotto il pianale del carro
agganciandoli a qualche ferro . Per quel giorno la vendemmia era finita e il sole stava rapidamente
tramontando e dai faggeti intorno arrivava la brezza della sera. “ Che strada dobbiamo fare per Udine?” “

Vedete l’angelo di Savorgnan del Torre? Tenete d’occhio quello e così arrivate in città.” Risaliamo in
macchina e Pico spinge lo sguardo giù, in avanti, seguendo le onde delle colline che degradano lungo i
brevi corsi d’acqua del Grivò, del Malina, del Torre: sono i ronchi del Ramandolo. I nostri discorsi hanno
cambiato tono e mentre nella mattina discutevamo sulle poche notizie sull’invasione dei carrarmati russi
a Budapest , ora i miei amici si davano appuntamento per il mattino seguente alla Croce Rossa per donare il
sangue per gli ungheresi. Il condividere il lavoro con i vendemmiatori aveva portato i nostri pensieri
sull’affrontare su un piano pratico i problemi. Arriviamo in breve tempo a Savorgnano e su una modesta
casa gentilizia, molto lasciata andare, vediamo su una bassa torre l’Angelo con l’indice puntato ad indicare il
meteo della giornata.

Pare che l’ Angelo in bronzo sul castello di Udine derivi proprio da questo di Girolamo
Savorgnan, condottiero del Cinquecento. Ci fermiamo per guardare meglio la pochezza rimasta di questi
nomi altisonanti e ci avvolge un odore di mele: le stanze del palazzetto erano ora usate come deposito
della frutta per tutto l’inverno. Io scendo sul bivio di Cortale mentre la “sensibile” scende verso la città,
senza nessuna data di futuri incontri.