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Dicembre 2024

 

L'Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici vi augura Buone Feste!

 

Indice Argomenti

 

  • Aggiornamento della dottrina nucleare russa

  • Contrasto alle attività di destabilizzazione praticate dalla Russia

  • Tecno-oligarchia e controllo elettronico della felicità

  • David Colon, La Guerra dell'Informazione. Gli Stati alla conquista delle nostre menti

  • Putin e l'antisemitismo russo

 

 

 

L’AGGIORNAMENTO DELLA DOTTRINA NUCLEARE RUSSA

 

di Danilo Secciresponsabile dell’Osservatorio difesa e sicurezza dell’Istituto Gino Germani ed esperto di politica nucleare russa

 

A seguito dell’autorizzazione concessa da Washington a Kyiv sull’impiego dei missili terrestri ATACMS (Army TACtictal Missile System) ad una maggiore profondità nel territorio russo, è arrivata la tempestiva, e non casuale, reazione di Mosca consistente nell’aggiornamento della dottrina sull’impiego delle armi atomiche. La nuova formula nucleare russa presenta innovazioni rispetto al testo della versione precedente, che sembrerebbero funzionali ai possibili sviluppi del conflitto russo-ucraino.

Le più importanti sono due: la prima è quella per cui un attacco contro la Federazione Russa e/o un Paese alleato della stessa condotto da uno Stato che non dispone di armi nucleari ma che, nel far ciò, gode della partecipazione o del supporto di uno Stato che ha a disposizione questa tipologia di armamenti, è considerato un attacco congiunto. L’interpretazione di questa tipologia di attacco è rilevante sul piano delle responsabilità e del carico delle conseguenze (rappresaglie) che si avranno in risposta allo stesso. È chiaro che, vista la tempistica dell’annuncio dell’aggiornamento della dottrina, il pensiero va alla fattispecie del supporto tecnico-militare che alcuni Stati dotati di armi nucleari (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) stanno dando a Kyiv. Almeno formalmente, ora, i Paesi appena citati potrebbero essere considerati, da parte di Mosca, “cobelligeranti” dell’Ucraina.

L’altra novità, considerata come la più rilevante dell’intero testo, è quella per cui, in caso di attacco condotto con l’impiego di armi convenzionali nei confronti della Federazione Russa o della Repubblica di Bielorussia, qualora l’aggressione arrivasse al punto di costituire una minaccia critica alla sovranità e integrità territoriale di Mosca o Minsk, il Cremlino si riserverebbe il diritto di rispondere all’offensiva con l’impiego di armi atomiche. La novità di rilievo è contenuta nella formula “minaccia critica”: in precedenza, infatti, la deterrenza nucleare sarebbe stata attivata – nell’ipotesi di attacco convenzionale – solo a difesa della Federazione Russa e qualora l’aggressione si fosse configurata come “minaccia esistenziale”.

Con la nuova formula, la soglia di impiego dell’atomica si è abbassata: nella fattispecie della “minaccia critica” possono essere fatte rientrare diverse ipotesi di attacco poiché la stessa valutazione di criticità dell’evento è soggetta a variabilità. L’ambiguità legata a questa espressione (quando una minaccia è critica e quando, invece, non lo è?) è chiaramente voluta, sia per garantire il più ampio margine di manovra al decisore politico russo, sia per lasciare nell’incertezza gli avversari di Mosca. Ma, al di là dei contenuti, per comprendere più a fondo la nuova mossa del Cremlino occorrerebbe soffermarsi non solo sui contenuti della nuova dottrina ma anche – e forse, soprattutto – sulla tempistica e modalità di comunicazione della stessa.

Che la Federazione Russa avesse aggiornato il testo delle linee guida sulla deterrenza nucleare era già noto dalla fine di settembre quando, nel corso di una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, lo stesso Presidente ne diede notizia. Per renderlo efficace occorreva l’approvazione, avvenuta, come visto, con decreto presidenziale il 19 novembre scorso. Quest’ultimo procedimento è stato volutamente tenuto in sospeso, per poterlo poi attivare in un momento ritenuto più opportuno.

L’occasione, come visto, è arrivata con le nuove autorizzazioni concesse dalla Casa Bianca, in un momento di forte difficoltà ucraina nel mantenere le posizioni delle truppe tanto nel Donbass quanto nell’oblast russo di Kursk. Appare verosimile, pertanto, che la firma del decreto presidenziale sia avvenuta per preservare al massimo la spinta offensiva dell’esercito di Mosca su tutto il fronte, in particolare nel Donetsk dove si registrano le avanzate maggiori, utilizzando la minaccia dell’uso del nucleare per bloccare ulteriori iniziative di supporto a Kyiv.

Per rendere ancora più credibile questo avvertimento, Putin ha autorizzato l’impiego di un nuovo missile balistico a testata ipersonica (con capacità di attacco atomico) sulla città ucraina di Dnipro, azione a cui è seguito un videomessaggio dello stesso Presidente russo in cui ammoniva i Paesi occidentali, in particolare quelli che forniscono missili ATACMS e Scalp/Storm Shadow, dal continuare a supportare l’Ucraina.

Pertanto, e in conclusione, la vera ragione per cui Putin ha aggiornato la dottrina nucleare potrebbe essere racchiusa nella necessità di preservare al massimo la spinta offensiva russa, per presentarsi nelle migliori condizioni possibili ai futuri negoziati che, presumibilmente, verranno avviati con l’insediamento della nuova Amministrazione americana a guida Trump.

 

CONTRASTO ALLE ATTIVITÀ DI DESTABILIZZAZIONE PROVOCATE DALLA RUSSIA

 

di Massimo Ortolani

 

NELLA UE

 

E’ noto che l’arma normativa può rappresentare per una nazione un valido strumento di difesa dalle minacce ibride di subdolo attacco destabilizzativo. Il 10 Ottobre scorso è entrato in vigore il Regolamento 2024/2642 del Consiglio della UE che istituisce sanzioni rivolte a persone – fisiche o giuridiche – che si rendono responsabili, attuino, sostengano ovvero traggano vantaggio da azioni o politiche del governo della Federazione russa: che compromettono o minacciano la democrazia, lo Stato di diritto, la stabilità o la sicurezza nell’UE, nei suoi Stati membri, nelle organizzazioni internazionali o nei paesi terzi. Ovvero che minano o minacciano la sovranità o l’indipendenza di uno o più Stati membri dell’UE, cosi come la sicurezza di un’organizzazione internazionale o di un paese terzo.
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TECNO OLIGARCHIA E CONTROLLO ELETTRONICO DELLA FELICITÀ

 

di Vittorio Pagliaro

 

Quando la tecnologia da strumento diventa culto, l'opportunità si può trasformare in rischio per la stabilità della democrazia.

Le cosiddette Techno Companies, in mano a pochi genialoidi ed eccentrici personaggi, tendono, forse per natura, a instaurare un regime di autoritarismo dolce, alla base del quale c'è il bisogno di accogliere verità urgenti, se non istantanee, da parte di cittadini-utenti. I quali, sono portati a non interessarsi più alla libera espressione articolata e strutturata per orientarsi al pensiero facilmente deperibile e superabile. Prende così vita l'era della veridicità pronta all'uso.

Una sorta di scenario di illibertà felice perché non immediatamente percepibile o, se riconosciuto, accettabile, anzi auspicabile. Dove la popolazione non è interessata al concetto alto di libertà, perché attratta dalla necessità del soddisfacimento immediato. Un atto contenuto tra steccati virtuali, che si allargano e stringono a piacimento della tecno-oligarchia, la quale insinua, non induce, preferenze, aspettative e bisogni circoscritti. Una dimensione Ibrida in cui lo Stato Nazione confluisce, senza troppa resistenza, nello Stato virtuale. Quest'ultimo, fatto di confini elastici e flessibili, in cui la dimensione etico-religiosa si scioglie in particolarismo. Mentre la visione filosofico-politica appare, ma non lo è affatto, schizofrenica e frazionata. Un dominio di selvaggio tecno-capitalismo. L'opposto del libertarismo dichiarato e promesso dai signori del web.

In tale contesto, i maestri del pensiero non vengono arrestati ma assimilati o neutralizzati, dove la verità, in continuo divenire, è una risorsa funzionale al controllo elettronico della felicità.

Sarebbe interessante sentire il parere di Domenico Fisichella che, nel 1997 ha scritto un saggio illuminante. L'altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Laterza.

 

 

DAVID COLON, LA GUERRA DELL'INFORMAZIONE. GLI STATI ALLA CONQUISTA DEL MONDO

 

In un mondo che vede uno scontro di egemonie tecnologiche, dove i cosiddetti GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) o i BATHX cinesi

(Baidu, Alibaba, Tencent, Huawei e Xiaomi) si scontrano su fronti finanziari, politici e sociali a livello globale, a colpi di informazioni e analisi dei dati (i nostri), sembra impossibile dare una qualche importanza al potenziale contrattacco di un singolo individuo nella guerra dell’informazione. Eppure proprio da qui si dovrebbe partire per mirare, non a una sconfitta delle nuove tecnocrazie imperanti, ma all’avvio di una rivoluzione delle coscienze che possa contrastare l’attuale urgenza, da più parti, di annichilire il pensiero individuale in favore di narrative artificiali finalizzate a controllare le masse attraverso le opinioni e le percezioni.
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PUTIN E L'ANTISEMITISMO RUSSO

 

di Massimiliano Di Pasquale, direttore dell'Osservatorio Ucraina dell'Istituto Germani ed esperto di disinformazione e Paesi post-sovietici


A detta di Robert Conquest, forse il maggiore storico dello stalinismo, la svolta verso l’antisemitismo di stato in URSS avviene tra il 1942 e il 1943, probabilmente influenzata anche dal successo ottenuto da Hitler sfruttando la demagogia antisemita.

“Durante la guerra Stalin tenne il piede in due scarpe, come spesso faceva. Fu istituito un Comitato antifascista ebraico, i cui dirigenti andarono negli Stati Uniti e si adoperarono per assicurare all’Unione Sovietica il supporto ebraico internazionale. Ma già nel novembre 1946, Mihail Suslov inviò a Stalin un biglietto sull’”attività dannosa” del comitato”.

L’attacco di Stalin contro gli ebrei si intensifica a partire dal 1943. Gli ebrei vengono considerati dal regime stalinista degli emarginati, moralmente corrotti con un “complesso di inferiorità nazionale”, che si palesa nel rifiuto della propria cultura e nella sottomissione agli interessi delle nazioni straniere. Cosmopoliti senza radici, gli ebrei sono per Stalin uno strumento per l’espansione culturale ed ideologica dell’Occidente. L’espressione “cosmopoliti senza radici” diventa così sinonimo di ebrei.

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