«La nostra area è fortemente vocata alla viticoltura – ha detto
il sindaco di Gubbio, Vittorio Fiorucci –. Negli anni ’70 c’è stato un abbandono di questa pratica, una scelta castrante per il territorio. Il progetto SPUM.E quindi ha una grande importanza per riportare in vita una fiorente coltivazione della vite nella nostra area».Gli studi condotti per due anni dai ricercatori hanno rilevato come la qualità delle uve sia ottimale e migliore rispetto a quelle allevate a bassa quota. La vendemmia è più tardiva rispetto alla pianura e anche le necessità idriche sono decisamente inferiori.Nel vigneto sono state anche installate moderne tecnologie per realizzare un vigneto a basso impatto ambientale nell’agro-ecosistema appenninico. L’impianto è gestito con utilizzo di tecnologie innovative (IoT) capaci di analizzare il microclima del vigneto e le risposte fisiologiche delle piante (come le tecnologie di monitoraggio continuo delle variabili meteorologiche, di modellizzazione degli eventi avversi, dello sviluppo delle malattie, di contenuto idrico dei suoli, dell’attività fisiologica della vite). Le previsioni delle IoT permettono, se adeguatamente informatizzate e connesse, di portare a piena produttività i vigneti di qualità annullando l’impatto sull’ambientale e minimizzando il consumo di risorse primarie.
Dai sei ettari di vigneto sono già stati messi in bottiglia degli spumanti metodo classico che debutteranno a Vinitaly 2025, sia per l’azienda Semonte sia per l’azienda Arnaldo Caprai. Entrambe producono con successo degli spumanti rifermentati in bottiglia già molto apprezzati dal mercato.
La produzione dell’Arnaldo Caprai Brut, ad esempio, nel giro di pochi anni è passata da poche migliaia di bottiglie, a oltre 10mila. Quantità che sono destinate a crescere nei prossimi anni per raggiungere, anche grazie al progetto SPUM.E, un’ipotetica quota di 25mila. Anche Semonte produce il suo Metodo classico, attualmente in 5mila bottiglie e l’intenzione è quella di raggiungere una produzione di 15mila.
I dati emersi dalla ricerca per il progetto SPUM.E potrebbero
stimolare la nascita di un vero e proprio distretto della spumantizzazione in Umbria, oltre che essere da esempio virtuoso per altri territori montani italiani.Secondo lo studio, «
l’11,3% della superficie agricola utilizzata (SAU) in Umbria, con buona idoneità alla coltura della vite, si trova in montagna, in aree risultate fragili dal punto di vista socio-economico e in cui nuovi investimenti potrebbero dare nuova linfa all’economia rurale», ha spiegato Chiara Mazzocchi, professore associato in Economia agraria dell’Università di Milano.
Inoltre, se si considerano
le aree che, dal punto di vista climatico, idrologico e pedologico sono risultate avere alta idoneità alla coltura della vite, la quota che si trova in montagna sale a più del 20% del totale. Questo significa anche che si può ipotizzare una maggior idoneità di queste aree alla coltura di quei vitigni che necessitano di particolari condizioni per produrre uve adatte alla spumantizzazione. Ci potrebbe essere, dunque,
una doppia valorizzazione delle aree montane appenniniche: quella economica e quella sociale.La ricerca ha portato a una
mappatura dei Comuni che ospitano le aree più adatte alla coltivazione della vite, integrata da un indicatore di fragilità socio-economica dei Comuni stessi,
mettendo in evidenza quali aree sarebbero più interessanti per eventuali investimenti.Il convegno si è concluso con la tavola rotonda a cui hanno preso parte
Donatella Tesei, presidente della Regione Umbria;
Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa (Comitato delle Organizzazioni Professionali Agricole), che rappresenta oltre 22 milioni di agricoltori in tutta Europa;
Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola;
Giovanni Colaiacovo, titolare di Semonte; e
Marco Caprai, amministratore delegato dell’Azienda agricola Arnaldo Caprai.
Ecco la frase chiave degli interventi di ognuno:
Ermete Realacci: «SPUM.E è un progetto ambizioso: c’è bisogno di imprenditori e sindaci che accettano questa sfida».
Marco Caprai: «L’ambizione di SPUM.E è anche quella di creare delle reti d’impresa che vadano a sopperire alle piccole dimensioni delle aziende agricole. Le dimensioni ridotte, infatti, non sono più sostenibili in viticoltura».
Giovanni Colaiacovo: «Il recupero delle zone montane abbandonate grazie all’idea di una produzione spumantistica di alta qualità può essere una grande opportunità per i giovani, per restare nella nostra terra e trovare nuove vie di redditività soddisfacenti e sostenibili».
Massimiliano Giansanti: «Il valore del progetto SPUM.E è che alla base c’è un progetto agricolo reale e sostenibile, ed è per questo esempio di ciò che anche in sede europea va privilegiato e sostenuto anche finanziariamente».
Donatella Tesei: «Oggi l’Umbria è conosciuta in tutto il mondo e il progetto SPUM.E sono certa che può portare ulteriore riconoscibilità alla nostra regione. È un progetto che si basa su degli studi e sul valore della produzione, essenziale per qualsiasi impresa agricola. Un progetto che credo sia molto utile per il nostro territorio, perché i nostri Appennini devono tornare a rivivere. SPUM.E parla dell’orgoglio di questi Appennini nel vedere sviluppare la sua comunità».