Incontro al Castello
Si erano già conosciuti, ma così ‘piacere,’ ‘piacere’. Adesso era diverso, l’aveva invitata a visitare il Castello che si alza nel mezzo della città e da cui si vede la piana sottostante, il fiume che l’attraversa e il confine osceno-imposto soprattutto dai francesi-che divide case a metà, il cimitero con tombe che sono rimaste italiane e altre che sono ormai in territorio Jugoslavo .
Raccontava come la città un tempo crocevia di tre culture-italiana, slava, germanica- oggi fosse una città senza anima, soffocata da molti divieti, triste, con tante belle case abbandonate, non vissute e pensare che fino alla prima guerra mondiale, questa città era chiamata la “Nizza d’Austria”, per il clima mite, per i giardini, per le belle costruzioni di fine Ottocento, per l’eleganza dei negozi, e la qualità della cucina. Era molto rattristato mentre guardava dai bastioni il panorama sottostante e nello stesso tempo provava piacere nel rivolgere questo sfogo ad una ragazza nuova e interessata al suo racconto. Erano le prime ore del pomeriggio, con un sole che già scompariva, e si stava alzando dal fiume un’aria fredda. Era meglio lasciare l’altura del Castello e andare a prendere qualcosa di caldo. Una bella caffetteria, ampia, ma con vari angoli, le sedie imbottite di velluto, lucidi specchi su tutte le pareti e in un angolo una piccola biblioteca a disposizione dei clienti e i quotidiani. Una cioccolata densa e due bianche meringhe unite da una montagna di panna montata. Conosceva i suoi gusti o i gusti di tutte le ragazze?
Cominciava la curiosità di sapere qualcosa di più l’uno dell’altro e il dolore della città tagliata senza tener conto degli affetti degli abitanti, apparteneva ormai agli altri, a loro interessavano le loro storie ,a quando il prossimo incontro. Il prossimo incontro fu casuale, dopo più di due mesi dalla visita del Castello, ad una cena di laurea: una rassegna di vini bianchi del Collio per brindare al neo-dottore, per antipasto frittata al luppolo selvatico, prosciutto di Cormons, gnocchi di semolino con le susine e conditi con un sugo d’arrosto, un misto di carni al forno, un fresco di radicchio e fagioli, e infine delle spume o di limone, o di castagne o allo slivoviz.
Non c’era la torta tradizionale, ma nel brindisi finale, fu la promessa di un prossimo, vicino incontro: un appuntamento per il giorno dopo, alle cinque, al Bottegon per i krapfen caldi e per un atteso e agitato bacio d’amore. Nasceva una storia che legava due vite e sarebbe durata fino a che sarebbe durato il desiderio di ascoltarsi e di sapere quale vestito in quel giorno si indossava.
Primi incontri

Non frequento più tanti giovani, ma quando incontro un ragazzo e una ragazza insieme mi fa sempre piacere, mi emoziona e li guardo perché sono belli e perché vivono l’età in cui tutto ha un futuro. Riesco anche a rubare l’ascolto delle loro animate conversazioni sul prezzo dei tatuaggi, sulla bravura del tattoo, sulle ultime notizie degli amici della chat, sul nuovo locale di shushi, sugli sconti praticati dalla palestra... e
tralasciando la cronaca, la ragazza propone di andare a mangiare una piadina da ’ Ugo’, perché ci mette dentro tanta roba e così a casa poi non cena e può fermarsi fuori……
E’ tutto molto semplice, è tutto a portata di mano, a quindici anni: libertà di movimento, soldi per mangiare qualcosa fuori ,case accoglienti dove è permesso, anzi incoraggiato, il dormire insieme. Tenendomi a debita distanza seguo il loro motorino perché voglio conoscere questa “piadina” tanto osannata e consumata.
Ora ricordo che la prima volta che la sentii nominare, ma non la mangiai, fu a Lugo, dai parenti di mia suocera perché raccontavano che l’Angela, era ricercata da molte famiglie abbienti, per la sua bravura nel preparare lla piadina che è un impasto di farina di grano tenero, sale, acqua strutto e un po’ di bicarbonato.
Va cotta sul “testo romagnolo”: una piastra di ferro su un fornello. La piadina andava riempita da uno strato copioso di squacquerone, prosciutto cotto, o pancetta arrotolata, qualche foglia di rucola campestre odorosa, piegata prima a metà e poi un’altra metà e si morsica con gran piacere. In quell’occasione sentii il proverbio : “se vuoi veder la bella romagnola, devi venir a Lugo, Bagnacaval o Cotignola”. Mia suocera era di Cotignola ed era bella.
La sera successiva ritornai da “Ugo” per mangiare la piadina farcita con lo stracchino, ossocollo, una foglia di lattuga: niente di così esaltante e ho trovato la piadina piuttosto legnosa, senza fantasia: un panino con la mortadella , poco prima di mezzogiorno, vale di più. Trovai anche la ragazza della sera prima che con un’amica stava bevendo una birra e mostrava il nuovo tatuaggio sul polpaccio, che lei trovava bellissimo,
mentre al suo ragazzo non piaceva affatto e così si erano lasciati. Ho appreso che il tatuaggio è molto importante, ma non so interpretare il suo linguaggio, la simbologia, il valore erotico, in alcuni casi, la provocazione, però ho capito che è un argomento determinante nell’equilibrio della coppia. Qui c’è una parità di genere perché sia i corpi maschili che quelli femminili sono ricoperti da questi inchiostri e mi viene da pensare alla inutilità dei bagnetti, delle docce profumate con cui le madri orgogliose mostrano la lucentezza della pelle dei loro figli.
Vilma Nazzi