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G7: non solo guerre ma anche il debito

Articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
 
 
In vista del Giubileo del 2025 la Santa Sede sta sollecitando la vasta rete delle organizzazioni
internazionali, politiche, sociali e culturali, a formulare e promuovere politiche per condonare o
almeno ridurre il fardello dei debiti dei paesi poveri.
 
Pochi giorni fa, parlando al simposio “Affrontare la crisi del debito nel Sud del mondo”,
organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, papa Francesco ha rinnovato la richiesta di
una moratoria sui debiti. Naturalmente non si è limitato a questo appello ma ha prospettato la
necessità di “una nuova architettura finanziaria internazionale audace e creativa”, cioè “ la
creazione di un meccanismo multinazionale, basato sulla solidarietà e sull’armonia tra i popoli, che
tenga conto del significato globale del problema e delle sue implicazioni economiche, finanziarie e
sociali”, al fine di spezzare il circolo vizioso del finanziamento che diventa indebitamento.
 
D’altra parte è risaputo che la sola moratoria sui debiti crea un momentaneo sollievo alle economie
dei paesi più poveri ma non affronta alla radice le vere cause, quali gli annosi problemi del
sottoviluppo, della dipendenza e della sottomissione economica ai vecchi e nuovi colonialismi
pubblici e privati.
 
La moratoria sui debiti nei confronti dei paesi poveri era stata sollecitata anche da papa Giovanni
Paolo II per il Giubileo dell’Anno 2000. Il risultato dell’iniziativa fu la cancellazione del debito per
52 fra i paesi più poveri del mondo. Nel 2005, il G8, anche con una forte azione dell’Italia, condonò
debiti per 40 miliardi di dollari e varie istituzioni finanziarie lo fecero per 130 miliardi.
Anche la cancellazione non basta. Infatti, passati meno di due decenni, la crisi del debito si presenta
più minacciosa, soprattutto in Africa. Tra il 2013 e il 2022 la percentuale media del debito pubblico
in Africa è raddoppiata, passando dal 30% al 60% del pil. Se paragonata con la media di oltre il
100% dei paesi cosiddetti avanzati o con il 138% dell’Italia, il livello africano potrebbe sembrare
“virtuoso”. Per i paesi poveri, però, ripagare i prestiti è sempre più difficile e gli interessi crescono.
Il debito di fatto diventa un sistema di colonizzazione che può considerarsi una vera e propria
schiavitù.
 
Il pagamento degli interessi su un debito anche di dimensioni limitate può mandare in tilt il bilancio
di uno Stato. Per esempio, l’Angola deve usare il 60% del suo pil per il servizio del debito. Ogni
due mesi la Guinea Bissau chiede un prestito alla Banca dell’Africa occidentale non per nuovi
investimenti bensì per pagare i salari dei dipendenti pubblici. Le spese correnti vengono coperte con
i debiti, creando così un meccanismo perverso.
 
Il Papa è entrato nel merito del tipo di finanziamento finora concesso ai paesi poveri, rilevando che
“ai popoli non serve un finanziamento qualsiasi, ma quello che implica una responsabilità condivisa
tra chi lo riceve e chi lo concede.” Dipende dalle condizioni poste, da come viene usato e dalle
specifiche situazioni in cui si trovano i singoli paesi indebitati. Infatti, troppo spesso i finanziamenti
nascondono delle “trappole” mortali: condizioni di austerità insostenibili, il land grabbing, con il
quale chi concede il credito si garantisce lo sfruttamento di grandi territori e delle materie prime. I
finanziatori sono sempre più fondi finanziari anonimi che applicano le più ferree e dure leggi di
mercato. A ciò vanno aggiunte altre perniciose tendenze interne ai paesi che chiedono e ricevono i
finanziamenti, tra cui sicuramente la corruzione pervasiva, una gestione incompetente e la corsa
all’acquisto di armamenti.
 
Come ha spesso fatto nei suoi interventi, il Pontefice afferma che “il debito ecologico e il debito
estero sono le due facce di una stessa medaglia.” Al di la delle controversie circa gli studi
sull’ambiente e sul cambiamento climatico è indubbio che i paesi occidentali abbiano un grande
debito ecologico nei confronti dei paesi poveri, dovuto a molti decenni di sfruttamento
incondizionato delle risorse. Esempi tangibili sono le miniere scavate senza alcun rispetto per
l’ambiente. Per non dire della manodopera locale sfruttata e senza neanche i minimi diritti.
Che il Papa parli di questi argomenti è molto importante.
 
Ci auguriamo che i governi del G7 e le grandi istituzioni internazionali, che hanno proprio
la responsabilità politica di affrontare queste  sfide, lo ascoltino.
 
Purtroppo, temiamo che anche il G7 di Borgo Egnazia in Puglia possa restare
muto di fronte a queste emergenze. Il problema però c’è ed è di prima grandezza!
*già sottosegretario all’Economia **economista