Articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Il primo gennaio 6 nuovi paesi (Iran, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e la
complicata Argentina) sono entrati a far parte del gruppo dei Brics. Ce ne sono altri 40 pronti ad
aderire, di cui la metà ha già presentato la richiesta ufficiale. Tra questi vi sono molte nazioni
africane: la Nigeria, l’Algeria, la Tunisia, il Kenya, il Senegal. E tante importanti nazioni asiatiche
quali l’Indonesia, le Filippine, il Vietnam, il Pakistan, il Kuwait e molte dell’America Latina hanno
chiesto l’adesione. Pure la Turchia e la Palestina vorrebbero aderire.
Non si tratta solo di numeri. La prospettiva è il cambiamento del modello economico e finanziario
globale e la sua governance. Oltre ad accelerare il processo della de-dollarizzazione attraverso
l’immediato utilizzo delle monete locali nei rapporti commerciali, il crescente gruppo di paesi sarà
dominante soprattutto nel settore energetico e in quello delle materie prime, a partire dalle
cosiddette terre rare.
Lo spostamento verso la de-dollarizzazione non riguarda solo la diversificazione nell’utilizzo della
valuta nel commercio internazionale, ma naturalmente riflette anche il cambiamento degli
allineamenti geopolitici. Man mano che il gruppo guadagna più membri e slancio, si dovrebbe
inaugurare una nuova era di multipolarità economica, cambiando in modo rilevante le tradizionali
strutture di potere politico e finanziario che da lungo tempo dominano la scena mondiale.
La popolazione dei Brics-11 rappresenta oggi il 45,6% di quella mondiale e il 31,5% della
superficie terrestre. Il gruppo allargato conta già quasi il 37% del pil mondiale. Se si calcolasse il pil
con il metodo della parità di potere d’acquisto, (ppa) esso già supererebbe il G7.
Oggi, essi rappresentano il 41-44% della produzione e del consumo globale di petrolio, il 36% della
produzione e del consumo di gas, il 70% della produzione di acciaio e il 65% del consumo di
acciaio, il 44% della produzione di fertilizzanti e il 46% del consumo di fertilizzanti, il 57% della
produzione e del consumo alimentare e il 48% della produzione automobilistica.
L’adesione dell’Arabia Saudita, che è il secondo produttore mondiale di petrolio e il più grande
attore sul mercato energetico con il suo 19% delle riserve globali, insieme agli Eau e all’Iran,
rispettivamente il settimo e l’ottavo paese produttore al mondo, rappresenterebbe un cambiamento
importante sul fronte energetico. In effetti, anche i dati del governo statunitense evidenziano che,
dopo la recente espansione, la quota dei Brics nella produzione globale di petrolio è passata dal
19% al 41%.
La proiezione del suo peso non si ferma soltanto alle nuove adesioni. Attraverso l'Egitto, gli Eau e
l'Arabia Saudita, il gruppo avrà un accesso ampliato alla Grande Area Araba di Libero Scambio.
Inoltre, con le prossime adesioni l’influenza dei Brics si estenderebbe ad altre organizzazioni
regionali come il Mercosur dell’America Latina, l’Area Continentale Africana di Libero Scambio,
l’Unione Economica Eurasiatica e l’Asean. Purtroppo, l’Unione Europea appare molto rigida nei
confronti dei Brics. Assomiglia a un mercato chiuso piuttosto che aperto. In questo modo, i Brics
possono essere visti dagli altri paesi del cosiddetto Global South come un antidoto ai sistemi dei
gruppi commerciali occidentali, dove i negoziati si misurano in decenni e le condizioni politiche
sono imposte in cambio dell’accesso al mercato occidentale.
Molti esperti americani hanno evidenziato con preoccupazione che, con l’adesione futura del Sudan,
il Mar Rosso sarebbe totalmente controllato da paesi aderenti al Brics. Forse è per questa ragione
che, in risposta alle minacce di attacchi da parte degli Houthi dello Yemen, gli Usa, con il sostegno
di altri paesi della Nato, hanno, preventivamente, preso il controllo militare del Mar Rosso, snodo di
importanza strategica, commerciale e geopolitica.
Com’è già successo in passato a rimetterci sarà, purtroppo, l’economia europea. Perciò non si
comprende la rigidità dell’approccio verso i Brics da parte della Ue. Non si vuol comprendere che il
futuro dell’Europa riguarda anche la dipendenza dalle materie prime, essenziali per la transizione
digitale e ambientale, la cui produzione è concentrata in pochi paesi extra Ue. Perciò anziché
rimpiangere la grande globalizzazione, sarebbe meglio prendere atto dell’evoluzione che
oggettivamente i nuovi Brics portano nelle filiere produttive, negli assetti e nelle catenecommerciali nel mondo.
*già sottosegretario all’Economia **economista