Il tempo delle sagre nei ricordi di Vilma Nazzi
E’ il tempo delle sagre in tutti i paesi d’Italia. Oggi sono eventi culturali, musicali, gastronomici, band, fuochi
artificiali, mercatini…un po’ tutte uguali, con un forte richiamo consumistico.
Io ricordo la sagra di San Rocco a Enemonzo, in Carnia, di cui è il Santo protettore. Questo santo francese che pellegrino da
Montpellier gira per vari paesi d’Europa, emulando l’amore di San Francesco per la povertà, viene invocato
dagli appestati e ammalati vari e quindi venerato. In questo paesino carnico il camposanto che s i trova
fuori dal paese, su un colle, è dedicato a San Rocco.Il giorno di ferragosto la sagra si celebra non in onore
dell’Assunta, ma del santo pellegrino, morto tra il 15 e il 16 agosto del 1380 circa. Il paese di Enemonzo si
snoda lungo la Statale Carnica che inizia poco più in basso e finisce a San Candido in provincia di Bolzano e
non ha una piazza.
Allora dentro ad un ampio cortile, s’impiantava un tavolato-un brear- e lì a metà
pomeriggio cominciavano le danze , di cui ricordo la sequenza. Il primo ballo era la “Ziguzaine”, il cui
nome deriva dal violino degli zigani, significa”sviolinata” che si dedica alla persona amata. E’ una danza di
corteggiamento che per i ragazzi e le ragazze di una volta, era una delle rare occasioni per conoscersi,
simpatizzare, e, talora, innamorarsi. La danza inizia con tutti i ballerini in cerchio e termina in una
formazione aperta verso il pubblico. Poi seguiva la “Staiare” che è il valzer friulano per eccellenza, una
danza originaria della Stiria ( Austria) che i nostri emigranti importarono trovandolo molto simile nel ritmo
e nelle cadenze al temperamento friulano. La disposizione delle coppie è a semicerchio, aperto verso il
pubblico: una coppia centrale esegue particolari figure che vengono esaltate dalle altre coppie disposte a
semicerchio.
L’orchestra era molto ridotta: due violini e un violoncello detto “Buncula”, uno strumento
capace di dare un suono simile a quello della cornamusa: tutto intorno silenzio, nessuno schiamazzo,
nessun commento, ma tutti intenti a guardare la gioventù che ballava e che si mostrava al pubblico: solo la
danza in onore del Santo Patrono riusciva a vincere la timidezza e la ritrosia delle fanciulle, impegnate a
non sbagliare i passi. E dopo la Staiare, la “Furlana”, una danza nata in Friuli che si diffuse in tutta Europa e
in tutte le classi sociali con cambiamenti e figure diverse che variavano da paese a paese. Viene eseguita
nella classica disposizione “a quadrato” e rispecchia in modo fedele e veritiero la tipologia di danza
contadina dell’ottocento.
E’ una danza che esprime le schermaglie amorose tra due innamorati e si
conclude con la seguente canzone:
Zé balis-tu, Pieri? Tu Piero-balli? Sì, si che jo bali. Sì, si io ballo
L’è un piez che ti cjal. E’ un pezzo che ti guardo,
ninin, tu ses miò. Ragazzino , tu sei mio. Zè ustu, ninine. Cosa vuoi ragazzina
di miòr di cussi di meglio di così. Ti cjapi e ti bussi Ti prendo e ti bacio
e ti metti a durmì e ti metto a dormire
A metà agosto la sera scende improvvisa e veloce e con il buio
le danze finivano, avevano destato innamoramenti e avvicinato giovani pieni di desideri e di sogni. Il giorno
dopo molti giovani sarebbero emigrati in Svizzera e avrebbero fatto rientro solo la primavera successiva.
Allora succedeva questo: prima uno, poi due, poi il terzo lanciavano alto nel cielo una “cidula”, cioè un
pezzo di tronco di larice, come un piatto rotondo, con delle braci sulla corteccia intorno e il lanciatore
diceva ad alta voce”Io lancio questa cidula in onore, in favore di Gina” Chi fosse Gina, lo sapeva Gina e
sapeva che questo era un messaggio importante, una promessa di fidanzamento o di matrimonio per l’anno
appresso.
Ritornate a terra le cidule e spente le braci se erano ancora accese, la gente si ritirava, il Santo
era stato onorato con ciò che di più bello il paese poteva offrire. I giovani in partenza intonavano la villotta
straziante degli emigranti.